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Mio dio…

Avevo deciso che oggi non avrei mangiato nulla oltre al pranzo ordinario ma mia madre ha comprato il gelato… E non ho saputo resistere.

Odio i dolci perché non so resistergli.

Dio, non so davvero perché.

Tutto il resto per me è indifferente ma i dolci… A volte me li sogno la notte.

Vorrei che scomparissero. Oppure, meglio, che mia madre non comprasse il gelato quando le dico di non farlo!

Mi rendo conto perfettamente che la mia è diventata un’ossessione. Senza bisogno di andare a psicanalizzarmi o da medici deficienti, so benissimo che non dovrebbe essere così. Che dovrei mangiare senza preoccuparmi costantemente delle calore che assumo. Ma non riesco a non pensarci.

Tutte le volte che mangio, qualsiasi cosa, mi sento appesantita e per questo mi ritrovo a digiunare per liberarmi dalla pesantezza.

Quando mangio un po’ più del solito mi sento in colpa, mi sento male, mi sento grassa. E anche se non è possibile che io sia ingrassata per un boccone in più, mi sento comunque più grossa di prima… E anche se so di non essere grassa, ai miei occhi, ancora non vado bene.

Non voglio diventare anoressica. Né mi piacciono quelle donne solo ossa, così magre da sembrare scheletri ambulanti.

È ovvio che non voglio finire così e non voglio neanche morire, non così almeno.

Ma il mio canone di bellezza è sicuramente essere magri.

Per me, una bella ragazza deve essere esile, magra. Non anoressica, ma non sarò mai d’accordo con chi dice che un po’ in carne è meglio. Alla fine sono gusti, e, senza esserlo eccessivamente, magre è molto meglio!

Sarà anche che sono bassa.

E questo, secondo me, sicuramente conta.

Infatti, se fossi più alta, anche con un kg in più forse non si noterebbe, dal momento che sarei più slanciata. Ma sono alta 157 cm e quindi, devo essere magra.

Tutti amiamo ciò che è bello e io, come tutti, inseguo la bellezza.

Forse non la raggiungerò mai, ma almeno voglio provarci. Senza morire, senza ammalarmi, voglio essere magra.

Ho raggiunto i miei desiderati

6 kg.

Anche se in realtà ancora peso 46.8 kg, vedere la bilancia segnare un 46 mi fa andare al settimo cielo.

Sarà una cosa stupida per alcuni, ma sono davvero felice.

In questo periodo sto mangiando davvero poco, l’estate e il caldo mi aiutano, così posso mangiare quanto mi pare senza che mia madre mi rompi troppo. In realtà il “nemico” più difficile da sconfiggere per me è sempre stata la noia, altrimenti potrei anche non mangiare mai!

Perché la fame, devo dire che non la sento quasi mai e per me in ogni caso, è uno stimolo a non mangiare. Sento la pancia brontolare ed è facile dirle di no. Invece, quando non si ha fame, non c’è nulla a cui resistere e per questo (almeno per me) è difficile porsi delle restrizioni.

Forse non ha molto senso quello che scrivo, ma è proprio così.

Quando mi annoio e non ho assolutamente fame, nonostante io sappia che dopo me ne pentirò, apro il frigo e mangio.

Comunque non succede quasi mai quindi non è una cosa così importante, solo, volevo precisare la differenza tra le due cose.

Insomma sono dimagrita ancora!!!

Il mio obiettivo è 43 kg.

Sono alta all’incirca 157 cm (sono bassaaaaa!!) e peso 46.8 kg.

Entro la fine dell’estate voglio dimagrire ancora di almeno 2 kg. Spero di riuscirci considerando che dovrò andare, purtroppo, 10 giorni dagli zii ecc che, ne sono sicura, mi faranno un sacco di storie sul mio non mangiare. Ognuno si sentirà in dovere di dire la sua e non finiranno più di ammonirmi, e, in sostanza, di rompermi i co****i.

Ma resisterò anche a questo!

Non ne posso più.

Mi rendo conto di essere insopportabile, irritabile…

Ma sono al limite.

Mi sento come una babysitter che non ha mai pace, sempre dietro ai bisogni di un ragazzino, senza tregua, senza tregua sono costretta ad inventarmi qualcosa da fare, qualcosa per intrattenerlo.

Ma è mio cugino! Ha la mia età, dovremmo essere “amici”, divertirci, scherzare, chiacchierare… Ma io non ce la faccio.

Mi sento opprimere dalla sua presenza e non penso sia ‘colpa’ sua quanto dipenda da me.

L’ho già scritto, giusto? Non riesco ad essere me stessa. Non faccio che adeguarmi ai bisogni degli altri ma, a dir la verità, non ce la faccio più!

Mi sento così sciocca. Sarebbe così facile, in teoria, liberarmi da queste catene. Eppure, mi sembra davvero una cosa impossibile.

È sempre stato così con la famiglia.

Col tempo, senza rendermene conto, ho costruito l’immagine di me che loro desideravano vedere. Mi sono adeguata ai loro gusti e, ogni volta che li andavo a trovare, cambiavo.

Non sono mai stata sincera. Non sono mai stata in grado di dire loro quelli che erano davvero i miei hobby, quello che mi piaceva, quello che non mi piaceva. Addirittura il mio modo di parlare cambiava.

E cambia tutt’ora.

Il fatto di vivere lontani mi ha permesso di crearmi un doppio aspetto: quello per la famiglia, e quello mio solito, quello di casa.

Il problema è il riuscire ad essere se stessi.

Io non ci riesco. Non più.

Per questo mi stanco.

Tutte le volte che esco con gli amici, vado a cena fuori o anche solo una passeggiata… Io non riesco mai ad essere completamente me stessa.

C’è sempre qualcosa che mi frena, che mi impedisce di esprimermi veramente, di non comprimermi, di non sopprimermi… E così mi stanco. In continua lotta contro me stessa, contro quello che vorrei fare, contro quello che mi piace…

Non so perché.

In realtà, fino a poco fa non me ne ero neanche accorta. Non capivo il perché della mia eterna stanchezza.

Perché dopo un po’ di tempo, mi ritrovavo a desiderare la solitudine, di allontanarmi da tutti gli altri.

È perché per me è uno sforzo continuo… Pensare sempre a cosa dire di nuovo, a non annoiare ecc ecc, ma alla fine sono io che mi ritrovo stremata.

Non c’è nessuno con cui io possa essere semplicemete me stessa, senza dovermi preoccupare di niente.

Non c’è nessuno che mi fa sentire così a mio agio da permettermi qualsiasi cosa mi passi per la testa.

Non faccio che pensare a cosa potrei o non porei fare o dire. Non mi sento mai libera.

Se sono stanca, se voglio leggere un libro, andare in un negozio, provare un vestito… Non riesco a mettermi davanti, ad “imporre”, per una volta, le mie preferenze, le mie esigenze. Vengono sempre prima gli altri.

Mi preoccupo sempre degli altri e alla fine, trascuro ciò che vorrei io.

Ma mi stanco, mi stanco, mi stanco!

Per questo mi ritrovo sempre a fare le cose per conto mio, con i miei tempi, senza dover coinvolgere nessuno, senza dovermi strssare con i suoi ritmi…

Perché nessuno nota mai queste cose? È forse davvero impossibile…?

È venuto mio cugino.

Mi è tanto caro ma neanche con lui riesco ad aprirmi.

Ed è sconcertante e triste scoprire come lui conosca solo la parte di me che io gli mostro.

So che è egoista da parte mia pretendere che lui mi capisca senza che io debba dire niente. Per una volta però, almeno lui, mi piacerebbe ci riuscisse.

Eppure, sembra davvero che lui non immagini, non sospetti minimamente tutto il buio che nascondo.

Lui mi vede come la cugina aperta e solare, sempre sorridente.

Perché io mi sforzo di sorridere tutte le volte, anche quando non trovo davvero niente che mi faccia ridere.

Io mi sforzo di coinvolgerlo e di essere dinamica perché so che ormai questo è il mio ruolo.

Ma piacerebbe anche a me fermarmi e riposarmi ed essere solo me stessa, con tutti i difetti che posso avere.

Non sempre la persona forte, che non piange mai, che non è ai triste, che nulla può turbare…

So che per farmi comprendere dovrei aprire la bocca e parlare, dovrei smuovermi e cambiare… Ma non ci riesco. Nonostante tutto, questa ormai è l’immagine di me che ho dato e ormai non riesco più a cambiarla. Come potrei?

È così triste ritrovarsi davvero soli, senza un amico che possa dire di conoscerci davvero.

Ecco perché è così importante l’amicizia! perché quando va tutto male c’è quell’amico che ti consola, che ti conosce, che sa come sei e ti accetta…

Invece io non riesco ad aprirmi con nessuno, non riesco a fidarmi di nessuno… Ci sono solo io e dall’altra parte il mondo.

Introduzione al Tè

Ieri pomeriggio sono uscita, nonostante il gran caldo, per comprare il tè.

Quest’estate, a Parigi, spesso al bar prendevo il tè -dal momento che il caffè come il cappuccino erano imbevibili- e tra le opzioni possibili, una volta ho scelto l’Earl Gre del quale avevo sentito parlare come il più pregiato, uno dei più buoni, che, nell’Inghilterra dell’800 almeno, era consierato come tè esclusivo della nobiltà, come un tè d’alta classe insomma.

Così ho sempre avuto desiderio di provarlo, per sentire che gusto aveva.

Dal momento che fin da piccola ero intollerante al latte, ho sempre bevuto a colazione il tè coi biscotti.

Per questo motivo amo il tè, lo adoro!

Tornata a Roma insomma, mi sono detta di doverlo comprare.

Così ieri l’ho preso, finalmente, ed oggi l’ho provato.

È un sapore delicato e dolce, un profumo di agrume e fiori, sembra. Buonissimo!

Per essere precisi ho comprato l’Ear Grey Barone Rosso.

Per capire meglio “cosa sia” effettivamente il tè, ho fatto qualche ricerca ed ho scoperto delle cose che sinceraente non mi sarei aspettata!

I vari tipi di tè provengono tutti dalla stessa pianta chiamata “ Camellia Sinensis”. Quello che cambia è la lavorazione delle foglie.

Tè bianco

Il suo nome è dovuto al colore dell’infusione, giallo paglierino. Le foglie, a lavorazione ultimata sono argentate.
Viene prodotto in quantità minime in Cina. E’ la varietà più pregiata esistente in commercio. Così pregiata che esistevano giardini segreti ad uso esclusivo dell’imperatore: fanciulle guantate tagliavano con forbici d’oro solo il germoglio e a volte la prima fogliolina, per poi farle essiccare in vassoi d’oro.
Non subisce praticamente nessuna trasformazione: le foglie sono semplicemente fatte appassire e seccare.
Il suo gusto sottile richiede un palato esercitato, altrimenti si rischia di restare davvero delusi.

Il nome cinese di questo tè è “tè rosso”, ma in seguito alla definizione inglese di “tè nero” in tutto il mondo ormai vengono definiti così.                                      In quanto tè preferito dagli Inglesi, cultori Occidentali per eccellenza, il tè nero impera in tutto l’Occidente. Sono stati ancora gli Inglesi a introdurre la coltivazione del tè a Ceylon e in India (dove comunque cresceva allo stato selvatico) visti i problemi tecnici e politici dell’importazione dalla Cina. E sempre gli Inglesi hanno introdotto l’uso di berlo con latte e zucchero, per addolcire il suo forte gusto di tannino.                                                                                          Per prima cosa le foglie di tè vengono fatte essiccare per ridurre il contenuto di acqua, successivamente vengono arrotolate in maniera meccanica. Ma il procedimento per preparare un tè nero ha il suo momento fondamentale nella fermentazione (ossidazione), ossia le foglie vengono lasciate a contatto con l’ossigeno. Si avvia così una reazione chimica, la  cui principale è la trasformazione di “catechine” (flavoni) -pricipale componenete delle foglie- in “teaflavoni” e “tearubigine” ecc., che conferiscono al tè nero il suo sapore caratteristico. Quando la fermentazione si considera completata, le foglie vengono torrefatte per arrestarne il processo di decomposizione che si avvia con l’ossidazione.
Ultimo passo, la selezione delle foglie, che passano in enormi setacci che li selezionano in base alla grandezza. Ed è qui, nel tipo di foglia o di frammento con cui è stato preparato, che risiede la differenza (enorme) tra le centinaia di tè in commercio.
Il colore delle foglie, dato dall’ossidazione, varia da verde a rosso ramato, mentre il colore dell’infusione è bruno dorato.

Il tè verde, profumatissimo e dalle foglie di un bel verde-grigio argentato, è il tè delle origini, conosciuto in Cina da cinque millenni.
Durante la produzione del tè verde, le foglie vengono esposte all’azione di alte temperature: del vapore oppure delle lamiere riscaldate, per ridurre la loro umidità. Non è presente la fase di ossidazione, con la quale vengono attivati gli enzimi. In conseguenza la composizione chimica del tè verde e delle foglie fresche della pianta è simile. Dopo essere state “seccate” vengono torrefatte (in Cina) o cotte al vapore (in Giappone e raramente anche in Cina) per permetterne la conservazione ed evitarne la fermentazione. A questo punto le foglie vengono arrotolate e selezionate, operazioni che in Cina si svolgono ancora per buona parte a mano.
I migliori tè verdi sono coltivati in Giappone, Cina e a Taiwan (che nel mondo del tè si chiama ancora Formosa) e sono la bevanda preferita dai Giapponesi, dai Cinesi e da molti paesi maghrebini.
In Cina il colore dell’infusione è cristallino e varia dal verde-arancio al rosa pallido. In Giappone il tè verde viene polverizzato e preparato sbattendo energicamente con un frullino di bambù il tè nell’acqua bollente. L’infusione che se ottiene è più colorata che in Cina: va dal verde giada al giallo chiaro.
In Marocco e in altri paesi musulmani si usa per preparare il classico tè alla menta.
Povero in teina, digestivo e tonico, questo tè è perfetto dopo pranzo e nel pomeriggio. Sconsigliato la sera per il suo alto tenore in vitamina C. Aggiungergli zucchero, o peggio ancora latte, sarebbe un’eresia. Rinfrescante è perfetto nei mesi estivi.

L’Oolong, che vuol dire in cinese “Drago nero”, è un tè intermedio tra il verde e il nero: la fermentazione è solo parziale e viene arrestata con la torrefazione.
Coniuga quindi le caratteristiche di entrambi i tè: più gentile del nero, meno fresco e vegetale del verde.
L’Oolong cinese subisce una fermentazione pari al 12-20% della fermentazione del tè nero, processo che ne conserva abbastanza la freschezza e aromaticità. L’infusione di questo tè è di un giallo pallido e il sapore ricorda le erbe di primavera.
L’Oolong che viene prodotto a Formosa, invece, è fermentato fino a un 60% del totale, per cui si avvicina piuttosto al tè nero. L’infusione è dorata e ha un leggero gusto di orchidea.
Povero in teina, va bene a tutte le ore del giorno e per tutti i pasti, tranne forse la prima colazione per la quale sarebbe troppo dolce.

  • Pouchong

Molti lo inseriscono tra gli Oolong, in quanto il Pouchong è una varietà intermedia tra l’Oolong a bassa fermentazione e il tè verde. Una fermentazione ridottissima conserva in buona parte le qualità di freschezza e profumo tipiche dei tè verdi.

Dopo aver chiarito l’origine della differenza tra i principali generi di tè, passiamo all’Ear Grey.

Earl Grey

Il tè Earl Grey è una varietà di tè, aromatizzato con l’olio estratto dalla scorza del bergamotto.

Il tè Earl Grey prende il nome dal conte Charles Grey (1764-1849) di Howick Hall, primo ministro britannico all’inizio del XIX secolo. La leggenda narra che egli ricevette in dono questo prezioso tè da un Mandarino cinese durante uno dei suoi viaggi in Cina. Tè dal carattere leggero, impreziosito dal gusto fresco e delicato del bergamotto, oggi l’Earl Grey è uno dei tè più apprezzati al mondo.

In passato il nome era dato solo alle miscele di tè nero aromatizzate al bergamotto; attualmente sono chiamate Earl Grey anche le varietà a base di tè verde, tè bianco e oolong oltre che le tisane, quali il rooibos, che contengono l’olio dell’agrume.
Sembra sia nato per caso, durante una burrascosa traversata da Calcutta a Londra, dal mescolarsi di un carico di tè ed un baule di essenza di bergamotto.

Chi ha il merito di aver portato nelle nostre tazze questo gustosissimo tè è sicuramente la Twinings, l’impresa inglese che dal 1706 produce e commercializza tè di diversi tipi. Come gli inglesi stessi amano dire: «Twinings and tea are inseparable. In the eyes of many happy customers around the world, Twinings is tea».

Come scritto gli ingredienti caratteristici dell’Earl Grey Tea sono il tè nero e l’essenza di bergamotto.

Tuttavia, come forse alcuni sapranno, a seconda di dove viene coltivato anche il tè cambia sfumature di sapore. Per questo motivo non esisterà un unico tipo di Earl Grey.

Tè Darjeeling: tè dalla regione Indiana del Darjeeling, nel Bengala Occidentale, è tradizionalmente considerato il più pregiato dei tè neri, soprattutto in Gran Bretagna e nei paesi facenti parte dell’ex-Impero Britannico. Viene soprannominato “lo Champagne dei tè”.

Tè Keemun: è il principe dei tè neri cinesi ed uno dei quattro migliori tè al mondo. Ricavato da una sub-varietà di Camellia Sinensis, il Keemun proviene dalla regione cinese di “Quimen” nella provincia di Anhui, nota sin dall’antichità per la produzione del tè verde. Il suo profumo è stato paragonato a quello di una rosa recisa; il suo gusto profondo ed il suo aroma deciso fanno sì che sia ottimo anche con l’aggiunta di un velo di crema di latte e zucchero.

Tè Yunnan o Pu Erh: Tè proveniente dalla regione dello Yunnan. Si presenta sottoforma di foglie sfuse leggermente attorcigliate e l’infuso risulta color scuro. Noto in occidente per le sue proprietà depurative miracolose e stimolanti per l’organismo; coadiuvante nel dimagrimento e nella diminuzione del colesterolo.

Tè Ceylon: è coltivato nella parte centrale di Ceylon, (l’attuale Shri Lanka) nei territori montuosi e nelle zone meridionali pedemontane dove cresce in diverse altitudini sopra il loivello del mare. Secondo l’altitudine di crescita si distinguono tre categorie del tè di Celyon: tè che cresce alle basse altitudini (fino a 600 m s.l.m.), crescente alle medie altitudini (da 600 a 1200 m s.l.m.) e crescente alle alte altitudini (oltre i 1200 m s.l.m.)

Tè Cinese Fumè Lapsang Souchong: tè nero conosciuto in tutto il mondo per il suo caratteristico aroma e sapore affumicato dovuto al particolare processo di essiccamento.


Earl Grey:

  • Earl Grey Superior o Imperiale: tè Darjeeling, bergamotto
  • Earl Grey Barone Rosso: tè Keemun, zafferano, essenza di bergamotto
  • Earl Grey Excelsior: tè Yunnan e Celyon, bergamotto
  • Earl Grey Blue Flower: tè Ceylon, bergamotto, fiori blu di malva
  • earl Grey orient Express: tè nero cinese fumè lapsang souchong, aroma di bergamotto

È consigliata un’infusione di 3-5 min. a 90ºC

Con questo finisco qui le mie ricerche, dopo le quali sono ancora più curiosa di assaggiare i tanti i tipi di tè esistenti e sentirne le differenze!

Pagina Prima

È l’1:40.

In realtà è già domani anche se a me sembra ancora oggi.

Dopo molto tempo, finalmente mi decido a iniziare a scrivere un blog.

Nessuno sa chi io sia, nessuno, tra quelli che conosco, potrà sapere mai che sono io, eppure… Per tanto tempo ho avuto timore.

Perché anche se internet ormai è diventato uno dei mezzi più anonimi di tutti, lo stesso, scrivere certe cose di me… E sapere che altri potrebbero leggerle, altri sconosciuti, altri che non mi conoscono, ma sempre altri…

Ma alla fine eccomi qui, incoraggiata dall’anonimato.

Voglio scrivere tutto quello che sento, tutto quello che penso, le sciocchezze, le stupidaggini e le cose serie, e le cose belle e le cose ciniche e la tristezza e la felicità e l’amore e l’odio e l’indifferenza…

E non importa più se potrà non interessare.

Inizio col dire che mi annoio.

A morte.

A volte mi sembra di morire.

Voglio morire.

In questi ultimi anni sono cambiata molto.

Lentamente, inesorabilmente, da quando sono entrata al Liceo, 2 anni fa, ho cominciato a cambiare.

E non mi sono più fermata…

Sempre peggio, sempre peggio… E pensare che in fondo, vorrei solo essere normale.

Eppure mi annoio. Ora mi annoio.

Ma ho iniziato con il piangere, quasi senza un motivo, andavo chiedendomi il significato del vivere, del mio vivere su questa Terra.

Volevo morire, morire, morire…

Ma poi mi sono stufata anche di questo e adesso solo a volte ci penso.

O meglio, ormai ho elaborato un’altra teoria.

Ma procediamo per gradi (anche se tutto questo è molto approssimativo, voglio soltanto dare un’idea della mia “evoluzione” o, se vogliamo, “regressione”, “disevoluzione”, “evoluzione al contrario” ecc ecc)

Piangevo ogni notte l’anima, fino a sentirmi male, non ne potevo più, mi addormentavo con gli occhi gonfi e odiavo andare a scuola, non ne capivo il senso, non capivo il senso di nulla (come ora del resto, potrei anche evitare di usare il tempo imperfetto!!) e per questo mi struggevo e pensavo che l’unica soluzione alla sofferenza, alla sofferenza di vivere, fosse la morte. L’annullamento di se stessi da questo mondo.

E allora non facevo che ripetermi queste parole, come un mantra, “verso la via della liberazione”.

Perché la morte doveva essere una liberazione dalle catene di questa vita.

Ma sono umana anch’io e alla fine l’istinto di sopravvivenza ha prevalso su di me fino a portarmi, senza che quasi me ne rendessi conto, ad un distacco emotivo da tutto e da tutti.

Semplicemente mi sono finite le lacrime, tutto il pozzo del mio cuore si è proscugato.

Ho pianto così tanto che anche adesso non riesco quasi più a piangere, a distanza di 2 anni.

Sono diventata totalmente apatica.

La noia si è impossessata di me e non potevo più fare niente. Oddio, non sono mai stata una persona costante, ma anche quella poca costanza che avevo, è svanita così, nel nulla.

Poi anche questa pian piano è andata affievolendosi per sostituirsi ad un menefreghismo consapevole.

Alla fine quello che sono adesso è semplicemente il prodotto di tutti questi stadi.

Però verso l’estate dell’anno scorso è sorto un nuovo problema, che mi sta logorando l’anima.

Ho deciso che dovevo dimagrire.

Dimagrire digiunando. Sono diventata una persona pigra.

Così ho iniziato a mangiare davvero poco e adesso il cibo mi ossessiona, me ne rendo conto.

Non posso mangiare nulla senza pensare alle calorie che assumo.

Non ho mai fame. Eppure vorrei sempre mangiare. Mi è iniziata una passione smodata per i dolci e non posso farne a meno, vorrei nutrirmi solo di essi. E così mi tromento tra il voler mangiare e il contenermi, tra il mangiare e il sentirmi subito dopo in colpa, grassa, obesa…

In quest’ultimo anno sono cambiata ancor di più.

Sono cambiata così tanto che se ne sono accorte anche quelle egoiste delle mie amiche (può essere che io sia ingiusta nei loro confronti)

Mi sono isolata sempre più, durante tutti l’anno ho cercato ogni volta una scusa per non uscire con loro, per non dover mangiare con loro, per non stare con loro…

Non so bene perché. Non è che io mi senta a disagio o che mi stiano antipatiche. Solo, preferisco stare sola.

Mi sono isolata, ho smesso di uscire con loro, tutta la vivacià che mi caratterizzava è andata via via scemando. Sono vecchia. E sono ossessionata dal cibo e dalla bellezza.

Penso alla morte e la morte può apparirmi come una cosa bella, se compiuta con eleganza.

Sono davvero ossessionata dalla bellezza e dall’eleganza. Eleganza di stile, di forme, di modi, di carattere (non sto parlando insomma di “vestire eleganti e basta”)…

Così ormai la morte non è più una liberazione dalla sofferenza quanto un mezzo di bellezza se con essa, preserverò la giovinezza…

Inizio a pensare di essere pazza.

L’anno scorso, quando aspettavo l’autobus alla fermata, per tornare a casa da scuola, mi vedevo sfrecciare veloci le macchine e i taxi, così veloci da sembrare unicamente macchie di colore. E pensavo, “come sarebbe facile fare solo un passo”… solo un passo… Ma non lo pensavo con sentimenti particolari, lo pensavo e basta, solo con una sorta di curiosità… Fare un passo… E basta. Chiudere gli occhi e fare un passo.

O anche immaginavo come sarebbe stato lanciare un cellulare o un i-pod sotto una macchina che sfreccia… vederlo sfracellarsi, distruggersi completamente, aprirsi, spaccarsi…

Col cellulare l’avrei anche provato a fare ma non è che abbia una famiglia così ricca da potersi permettere di trattare così i cellulari… L’i-pod poi non lo sacrificherei mai…

Comunque sia, ritornando al mio grande cambiamento, era per dire che adesso, da quando sono tornata da Parigi con 2 mie amiche per una vacanza d’inferno, sarà passato almeno un mese, che stiamo tutte in città, e io non le ho mai sentite.

Non è che non ci pensi.

Per me è una questione di possibilità. Io non posso.

Non so dire il perché, ma non ci riesco.

Ok, con questo per oggi concludo dal momento che sono le 02:22!!

Ma continuerò con il mio eterno monologo.

M.